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Research Overview: Italy

Università di Venezia Laboratorio Immigrazione
IRES-CGIL

This pages features the introductory section of the first Italian preliminary report. If you would like to read it in its entirety, you can download it as a PDF. The document is currently only available in Italian.

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RAZZISMO E SINDACATO

Il ruolo del sindacato nel combattere la discriminazione e la xenofobia, nell’incoraggiare la partecipazione e nell’assicurare l’inclusione sociale e la cittadinanza degli immigrati

RAPPORTO DI RICERCA N. 1

1. Il razzismo in Italia

Solo partendo da un’analisi delle forme del razzismo e delle loro applicazioni si può comprenderne la capacità di condizionare le relazioni sociali, quelle economiche e di influenzare gli orientamenti della storia.

Prendiamo ad esempio in considerazione il razzismo antislavo. Esso trova le sue origini nella seconda metà dell’Ottocento nel pensiero irredentista. Per essere più precisi, è giusto dire, nel pensiero irredentista nazionalista imperialista. Vi erano, infatti, irredentisti democratici come Scipio Slattaper che, se pur lontani dall’idea di una reale eguaglianza, promuovevano una convivenza basata sulla tolleranza tra italiani e salvi della Venezia Giulia, contrapponendosi, per l’appunto, ad altri nazionalisti imperialisti, come ad esempio Ruggero Furo, conosciuto come Timeus, che si facevano promotori della necessità di prevalere degli italiani sugli slavi a causa di un inevitabile scontro di civiltà ed in nome di una naturale superiorità di quella italica. La diffusione di un sentimento antislavo in quel particolare periodo della storia d’Italia aveva almeno due implicazioni. Una era l’escludere il riconoscimento della presenza slava e della cultura slava nel territorio italiano per favorire la nascita di un’identità nazionale. L’altra era la creazione di un consenso all’espansione del territorio italiano ad Est.

Anche per l’antisemitismo, che vedrà la sua massima espressione nell’emanazione delle leggi razziali (1938) nel periodo fascista, si può parlare di una sua funzione in chiave nazionalista. L’ebreo, visto come colui che è in grado di mantenere sempre e comunque una sua identità culturale, risulta, infatti, un elemento di disturbo alla razzizzazione degli appartenenti alla nazione italiana. Al contempo bisogna rammentare che la figura dell’ebreo che il fascismo vuole perseguire, come si evince dalla propaganda dell’epoca, ha la connotazione di internazionalista, cioè di colui che si contrappone al concetto stesso di stato-nazione.

Per quanto concerne il razzismo coloniale, che ha trovato con il fascismo un suo riconoscimento giuridico grazie alle leggi razziali coloniali del 1937, e la costruzione dell’immagine coloniale dell’Africa e degli africani è interessante osservare, per il suo intreccio con le “carenze identificative” degli italiani, la finalità che ha finito per assumere. L’aspetto che sembra maggiormente distinguerlo dagli altri razzismi coloniali è, infatti, quello di essere un tentativo, consapevole o meno, di promuovere un’identità degli italiani attraverso la denigrazione dell’alterità.

La nascita del razzismo e la costruzione degli stereotipi antimeridionali avvengono durante ed in funzione della repressione del fenomeno del banditismo-brigantaggio nei primi anni dell’Italia post-unitaria. È in quegli anni, con un contributo particolare da parte del pensiero positivista, che si creano le associazioni del meridionale con il delinquente, con l’incivile. Quello che ci preme evidenziare, ai fini della nostra trattazione, è la ripresa di questi stessi stereotipi all’incirca un secolo dopo in seguito all’immigrazione al nord di molti meridionali. Questo perché ci permette di mostrare come questi in un contesto storico e sociale differente possano essere impiegati per ottenere risultati diversi da quelli per cui sono stati creati. Negli anni del dopoguerra, infatti, la loro funzione fu quella di impedire per lungo tempo la presa di coscienza dei lavoratori settentrionali e di quelli immigrati dal sud di una comune appartenenza di classe. Ostacolarono per molto tempo, ponendo gli immigrati meridionali in una condizione di sostanziale isolamento rispetto alla società d’arrivo, l’unità dei lavoratori per rivendicare di migliori condizioni di lavoro e di vita.

Se facciamo, poi, un parallelismo tra la situazione in cui si trovavano gli immigrati meridionali ieri e quella in cui si trovano i lavoratori immigrati stranieri oggi è inevitabile vedere l’analogia per quanto riguarda la funzione che stanno avendo il razzismo e le discriminazioni di cui sono vittime.
Il carattere del razzismo contemporaneo in Italia si sintetizza nella rapida evoluzione del termine “extracomunitario”, che dal linguaggio giuridico neutro e asettico passa velocemente a identificazione in negativo dell’Altro. Il termine “extracomunitario” nasce con la Legge 39/90, che riconosce un primo status di diritto all’immigrazione in Italia e apre la strada a una sanatoria generale dei lavoratori stranieri in condizione di invisibilità giuridica. Si crea subito nell’immaginario popolare, grazie all’azione dei media, la rappresentazione sociale dell’”extracomunitario” e dell’ “immigrato clandestino” come sinonimo di criminale e delinquente. E’interessante notare anche che i principali bersagli di odio razziale in Italia sono gli stranieri provenienti dall’altro lato della frontiera (nordafricani, albanesi, rom jugoslavi). I primi anni ’90, quando l’immigrazione saliva ai primi temi nell’agenda e nell’interesse nazionale, l’Italia si avviava verso una grave crisi politica che finì per mettere fine alla prima Repubblica. Una crisi anche di identità nazionale che da una parte portava a cercare una nuova speranza nell’Europa (l’Italia era tra i paesi più europeisti dell’Unione) e dall’altra favoriva la nascita di fenomeni come la Lega Nord. In questo contesto di ridefinizioni identitarie nasceva la nuova rappresentazione del nemico, l’invasore “extracomunitario”, che negli ultimi tempi è sempre di più l’immigrato musulmano.

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Italian Research Paper (Draft)

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